preoccupazioni miste e voli Londra-Brindisi

Ho iniziato a guardare i posti fuori da Londra per un nuovo lavoro o dottorato (che diciamolo, al pensiero di lasciare Londra non è che mi venga troppo dispiacere…) e mi sono imbattuta in un sito dove sono raccolte tutte le posizioni disponibili nelle università olandesi. Così ho aperto le posizioni interessanti una per una per leggerle meglio, e per una in particolare stavo per iniziare ad inserire i miei dati… apro il link ed è tutto in olandese, nonostante l’annuncio fosse in inglese. Scrivo al professore chiedendo se ci fosse un’alternativa in inglese (specificando che in caso contrario mi sarei sicuramente comunque arrangiata da sola, ecchè ci mancerebbe) e il prof mi risponde che l’ufficio personale chiede se “gentilmente” posso provare a cavarmela io con l’olandese. Ovviamente rispondo che non ci sono problemi (quando mai), e inizio a scoprire che naam vuol dire nome, achternaam vuol dire cognome.
Due giorni fa ero in preda alle preoccupazioni del tipo “ho troppe possibilità nella vita e non so cosa scegliere”. Poi un amico, chiedendomi tra cosa potessi scegliere, mi ha fatto notare che in effetti non ho al momento nessuna possibilità concreta a parte quelle di tornare al mio lavoro a settembre. E abbiamo riflettuto sul quanto sia inutile preoccuparsi per possibilità che per ora di concreto non hanno nulla. Che banalmente, preoccuparsi per una decisione da prendere per cui non ti è ancora stata offerta una possibilità è totalmente senza senso. Che nessuno mi ha offerto un lavoro da nessuna parte finora, quindi è inutile che perda il sonno a pensare se quel lavoro lo vorrei fare. Un scoperta dell’acqua calda insomma.

Mentre prendo confidenza con l’olandese e mentre cerco di addomesticare le mie preoccupazioni, ho prenotato un volo Londra-Brindisi e domenica scappo 4 giorni a godermi il mare, il fritto misto e le edicole che vendono La Repubblica.

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La mia coinquilina indiana mi sta antipatica, ma questo già lo sapevamo. Inizio a pensare sul serio che forse a settembre non sarò qui ma rimpatriata a Milano, almeno temporaneamente. Faccio liste mentali di pro e contro, di cose che sarei felice di ritrovare e cose che non mi sono mancate affatto, di cose che sarei felice di lasciare qui e cose che mi mancheranno. Magari un giorno le scrivo con ordine. Comunque il succo è che non so cosa preferisco. Forse quello che preferirei in assoluto è cambiare città senza tornare a Milano. Cercare in un lavoro (e trovarlo) in una nuova città, non piccola ma non immensa, magari Amsterdam, o Ginevra, o Barcellona, e poter avere una casa per me dove scegliere una libreria bianca o di legno chiaro, una cucina piccola ma nuova con un forno che funzioni bene. Iniziare a studiare la lingua di quel paese e scoprire un bar dove fare colazione qualche volta. Non spesso però, solo qualche volta. Pochi giorni fa ho letto che per conoscere qualcuno bisogna osservarlo quando è da solo, e che questo vale anche per se stessi. Mi sono osservata un pochino e io da sola spesso sono triste o irrequieta. Quando sono con gli altri sono allegra e quasi sempre di buonumore, e non perché mi sforzi di esserlo, ma perché lo sono davvero.

Digressione | Pubblicato il di | 2 commenti

Gli Inglesi vanno pazzi per i pub quiz

Sono di ritorno da un pub quiz. Gi Inglesi vanno pazzi per i pub quiz, e ogni pub che si rispetti ha la sua serata pub quiz. Io ovviamente, che rilassarsi almeno la sera pare brutto, mica ci vado con persone che conosco (troppo facile!), ma con degli sconosciuti che ogni lunedì si trovano in questo pub non lontano da casa mia. Il più delle volte non solo non so le risposte, ma non capisco neanche le domande. E cacchio, ma sei qui da quasi un anno ormai, ancora non capisci l’inglese?! No, a quanto pare ancora non capisco l’inglese. Specialmente al pub, specialmente i canadesi, specialmente se parlate tutti insieme ognuno con uno slang diverso. E sappiate che sorridere al momento giusto e distogliere lo sguardo prima che si aspettino che tu dica qualcosa richiede una grande concentrazione. Sappiate che anche io mi sto domando “ma perché mia cara vieni al pub quiz se non capsici una fava?”. Vengo perché prima o poi capirò qualcosa (vero?), e così la smetterete di dirmi “ma il tuo inglese è molto meglio del mio italiano”. Che, sappia telo, non è per nulla consolante.

E non capire le domande ma cercare di dare delle risposte può avere come risultato avere un quasi appuntamento con un Canadese per vedere la partita insieme sabato sera. Lui che non sa neanche se il Canada è qualificato (lo è?), io che non so neanche il nome del nostro portiere, e che ho parlato dei mondiali tanto per dire, e che sabato sera lavorerò fino alle 11 e mi presenterò a secondo tempo iniziato profumatissima di calamari fritti e involtini primavera.

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Trent’anni, che non sono uno scherzo

Ho finito tutti gli esami di questo master, mi sembrava una missione impossibile e alla fine ce l’ho fatta. Mi sono impegnata tantissimo ed è stata una vera soddisfazione. Ho fatto una application per un phd qui a Londra che mi piaceva molto, mi hanno chiamata per il colloquio ma poi hanno scelto un’altra persona. Fare il colloquio è stato una bella esperienza, è stato il mio primo colloquio in inglese e quasi il primo colloquio serio in assoluto. Peccato sia andata male, mi sarebbe, credo, piaciuto davvero. Quindi ora sono in cerca di qualche altra posizione aperta per cui tentare, mentre penso a cosa vorrei da me stessa per il prossimo anno.

Ho compiuto trent’anni, che non sono uno scherzo. Mi sono tinta i capelli per la prima volta a casa di un’amica, sono venuti bene ma talmente uguali al mio colore vero che quando mi guardo allo specchio io stessa non noto la differenza. Sono stata a Milano a votare, e subito dopo sono partita per una giornata al mare. Per passare un po’ di tempo con i miei, che se no avrei visto solo di sfuggita nonostante i 4 giorni passati a casa, siamo stati in libreria a farci un giro. Ho comprato “Il desiderio di essere come tutti”, di Francesco Piccolo. Nono sono neppure a metà, mi piace molto. Lo leggo al secondo piano del mio 24, mentre attraverso Gower street, Russel square, o certe volte anche il Tamigi, e mi fa un effetto davvero strano leggere del rapimento di Aldo Moro circondata da voci inglesi. Vorrei a volte avere seduto accanto qualcuno a cui dire “Ei, senti cosa dice questo libro”, oppure “Ma tu lo sapevi che…?”, oppure a cui fare leggere qualche passaggio e chiedere “Cosa ne pensi”. Magari quando l’ho finito lo presto a qualcuno. Vorrei avere un inglese bellissimo per essere più brava a raccontare le cose che leggo e che vedo a chi non è italiano, ma non sempre mi riesce come vorrei.
Sto diventando bravissima a cucinare il risotto alle verdure la sera.

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Parole scritte e parole da scrivere

Misuro le giornate in parole scritte e parole da scrivere, con il contatore di word che cambia numero man mano che l lavoro va avanti. Ho scoperto che la concentrazione si allena, che non è vero (almeno per me) che a 18 anni si fa meno fatica che a 28, perché anche a 29 (per poco) si può stare concentrati sui libri per tante ore se ci si impegna. Oggi qui è festa, non ho capito bene perché. Forse è un primo maggio spostato, ma qui quando chiedo che festa sia non lo sa mai nessuno, e tutti si accontentano di sapere che è Bank Holiday, così possono fare finta che sia davvero primavera e fare i pic-nic in canottiera al parco.
Io mi sento bene, mi sembra. Ho degli amici della domenica sera con cui sono uscita due volte ma che mi piacciono e con loro sto bene. Uno di questi è un logopedista irlandese che vuole assolutamente imparare l’italiano. Io gli ho proposto di correggere le cose che scrivo in cambio di qualche ora di chiacchierata in italiano, e lui era felicissimo della proposta. Sembra un bambino dinoccolato biondo, solo più alto. Ci ha raccontato che nella sua scuola elementare in Irlanda, se qualche bambino parlava in Inglese anziché in Irlandese, la maestra lo metteva vicino al muro a guardare gli altri giocare senza potersi muovere, perché era una cosa da non fare, e loro chiamavano quel muro il muro dell’inglese.
Sono uscita ancora una volta con quel ragazzo nerissimo, e mentre eravamo a cena in un ristorante brutto io pensavo che mi sarei divertita di più ad essere al lavoro al mio ristorante thai. Il che significa sia che il lavoro al ristorante mi piace, sia che uscire con lui invece non è il massimo.
Mi piacerebbe abitare da sola ma qui proprio non lo posso fare, mentre a Milano potrei, e questo mi da qualche pensiero. Intendo, qualche pensiero in aggiunta agli altri.

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Penso che siano proprio belli

Sono venuti a trovarmi i miei genitori, e ora dormono nel loro camper parcheggiato fuori casa, nel parcheggio privato di questo complesso di case super posh in cui ora mi capita di abitare. Penso che siano proprio belli, a venirmi a trovare in camper, a decidere la sera prima se passare la Manica imbarcando il camper o mettendolo sul treno. Penso che sia bellissimo portarli a cena nel mio pub preferito sul Tamigi (quando sono distratta a volte dico sul Naviglio, la Milanese che è in me mi prende in giro!), e nel ristorante turco più turco di Londra, che anche i Turchi dicono che è proprio buono.

Ho deciso di darmi alla corsa di gruppo, alle sessioni di social running in giro per i parchi. Certo, decidersi di darsi alla corsa non vale niente, se lo si pensa davanti allo schermo del computer sedute sul letto. Quindi vedremo. Mercoledì c’è la prima corsetta che vorrei provare!

Con il ragazzo nerissimo con cui sono uscita per un paio di mesi (non mi ricordo se ne avevo scritto qui) è finita prima di cominciare, e mi ha reso un po’ triste rendermi conto di come non ce ne fregasse in fondo niente uno dell’altra.

Quando vedo gli young professionals della city bere la birra nei pub affollati dopo il lavoro non mi riesco a decidere se mi piacciono molto o se non li capisco, sempre a bere birra e a mettersi le camicie e ad essere cool.

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Una cosa che fanno spesso

Sono stanca cronica, e anche un po’ malata. Ma solo raffreddore, che poi passa.
Sono tornata ora dal lavoro al ristorante. Stamattina avevo messo la sveglia presto per andare in biblioteca ma quando l’ha sentita il mio corpo si è ribellato fortissimo e non ci è proprio voluto andare. Mi ha detto “ti prego, qualsiasi cosa ma la biblioteca no”, allora per una volta gli ho dato retta e non ci sono andata. Credo me lo chiedesse perché martedì mattina sono entrata in biblioteca alle dieci di mattina e sono uscita alle sette e mezza della mattina dopo, quando la gente andava al lavoro, io tornavo a casa con la faccia che si stava sciogliendo dal sonno e dalla fatica, e il cervello che non riusciva a smettere di pensare alle cose studiate, neanche se glielo chiedevo per favore.
La notte in biblioteca in ogni caso ha sempre il suo fascino. Le famose tremila parole da scrivere, con il contaparole di word che aumenta sempre troppo piano. Le referenze da mettere alla fine, con tutte le virgole e le abbreviazioni perfette, che qui sono fissati con le referenze fatte precisissime.
 Ma mi dicono sia una cosa fanno spesso i cervelli, di non smettere di pensare a certe cose anche se glielo chiedi per favore.

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