fino a un certo punto

Alcuni giorni mi dico: devo fare questo e quello, e lo faccio. E allora penso: brava, vedi che sei sveglia e ce la fai! Scrivo delle cose lunghe e intelligenti in un’altra lingua, e mi dicono che sono belle, e allora penso di nuovo: brava! Poi ci metto un’ora tra colazione e procedure varie di prepararsi il tè nel termos e i pomodorini e lavare le cose a mano così la sera sono asciutte, e finalmente approdo in biblioteca. E il computer è scarico perché stanotte non l’ho messo in carica, e così posso solo scrivere queste parole qui e ritornare di nuovo a casa a prendere il caricatore, pensando che potrei fare di meglio. Come quando lavoro al ristorante e lascio i clienti con in mano la macchinetta per pagare con le carte di credito, mentre io mi dimentico di loro che dovevano solo inserire il pin, e vado a sparecchiare un altro tavolo.
Mi sembra spesso di essere capace, ma fino a un certo punto, e superare quel “certo punto” è il difficile.

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The beast

E’ passato da casa mia il logopedista irlandese per prendere il barbecue che il proprietario del ristorante dove lavoro mi ha regalato. Il mio giardino ne ha già uno, mai usato da quando sto qui, così ho detto a lui che se lo voleva glielo avrei regalato. Lo abbiamo pulito da tutta la cenere, lui lo ha capovolto per stringere bene le viti con un coltello della mia coinquilina. Quando il barbecue era pronto ha iniziato a piovere, e siamo entrati in casa per bere un tè. Mi ha raccontato dei suoi coinquilini, abbiamo parlato un po’ del nostro lavoro e lui a volte guardava fuori dalla finestra in silenzio. Senza essere in imbarazzo, senza avere fretta di riempire le pause tra i discorsi. Io ho cercato di fare lo stesso, anche se lui in questo è molto più bravo. Poi ha smesso di piovere ed è partito. Abita dall’altra parte di Londra e con the beast, come lui chiama il barbecue gigante, non l’hanno fatto salire sulla tube. Così ha preso un autobus e un treno, e dopo un’ora e mezza di viaggio è arrivato a casa. The beast ha perso solo una vite strada facendo. Domenica siamo tutti invitati per la sua inaugurazione.

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Non sono nemmeno le due di pomeriggio, in biblioteca tutti mi sembrano concentrati e si sente solo il ticchettio dei tasti che scrivono. Io anche ci provo a concentrarmi, e a tratti ci riesco. Mi sono data l’obbiettivo di finire di scrivere la tesi entro inizio agosto, in modo da poter andare in vacanza una o due settimane. Pensavo ad un viaggio in Islanda, guidando a turno e facendo il bagno nei laghi caldi, o una vacanza in barca, magari Croazia. Ho paura di prenotare qualcosa sull’onda dell’entusiasmo e di maledirmi poi perché non faccio in tempo a finire di scrivere.
Mi sono iscritta in palestra e ci vado a fine giornata o la mattina presto prima di cominciare tutto. Tipo oggi, che la mia amica ha aperto gli occhi nel momento in cui avremmo dovuto incontrarci davanti alla palestra, così ho corso (bugia, camminato veloce in salita, ma corso no) da sola, mi sono fatta la doccia e ho ancora l’asciugamano bagnato nello zaino. E tutte le Inglesi che mi circondano hanno vestitini a fiori e maniche corte, perché non hanno ancora capito che non è vero che fa caldo, che non è vero che ti puoi fidare di questo sole.
La mia amica si è fidanzata con il suo compagno di stanza. Avrebbe voluto affittare una stanza tutta per sé ma poi per risparmiare ne ha scelta una con due letti, e guarda un po’, che regalo si è trovata in camera. Queste coincidenze mi turbano un po’. Sarebbe bello che le affinità si vedessero subito, che non servissero coincidenze così rare per scoprire di trovarsi bene con qualcuno, che bastasse incontrarsi e parlare un po’ per pensare che sarebbe bello rivedersi. Che poi secondo me è così in effetti, quindi non mi dovrei nemmeno turbare. Non mi turbo, facciamo che non mi turbo. Facciamo che torno a scrivere vah.

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preoccupazioni miste e voli Londra-Brindisi

Ho iniziato a guardare i posti fuori da Londra per un nuovo lavoro o dottorato (che diciamolo, al pensiero di lasciare Londra non è che mi venga troppo dispiacere…) e mi sono imbattuta in un sito dove sono raccolte tutte le posizioni disponibili nelle università olandesi. Così ho aperto le posizioni interessanti una per una per leggerle meglio, e per una in particolare stavo per iniziare ad inserire i miei dati… apro il link ed è tutto in olandese, nonostante l’annuncio fosse in inglese. Scrivo al professore chiedendo se ci fosse un’alternativa in inglese (specificando che in caso contrario mi sarei sicuramente comunque arrangiata da sola, ecchè ci mancerebbe) e il prof mi risponde che l’ufficio personale chiede se “gentilmente” posso provare a cavarmela io con l’olandese. Ovviamente rispondo che non ci sono problemi (quando mai), e inizio a scoprire che naam vuol dire nome, achternaam vuol dire cognome.
Due giorni fa ero in preda alle preoccupazioni del tipo “ho troppe possibilità nella vita e non so cosa scegliere”. Poi un amico, chiedendomi tra cosa potessi scegliere, mi ha fatto notare che in effetti non ho al momento nessuna possibilità concreta a parte quelle di tornare al mio lavoro a settembre. E abbiamo riflettuto sul quanto sia inutile preoccuparsi per possibilità che per ora di concreto non hanno nulla. Che banalmente, preoccuparsi per una decisione da prendere per cui non ti è ancora stata offerta una possibilità è totalmente senza senso. Che nessuno mi ha offerto un lavoro da nessuna parte finora, quindi è inutile che perda il sonno a pensare se quel lavoro lo vorrei fare. Un scoperta dell’acqua calda insomma.

Mentre prendo confidenza con l’olandese e mentre cerco di addomesticare le mie preoccupazioni, ho prenotato un volo Londra-Brindisi e domenica scappo 4 giorni a godermi il mare, il fritto misto e le edicole che vendono La Repubblica.

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La mia coinquilina indiana mi sta antipatica, ma questo già lo sapevamo. Inizio a pensare sul serio che forse a settembre non sarò qui ma rimpatriata a Milano, almeno temporaneamente. Faccio liste mentali di pro e contro, di cose che sarei felice di ritrovare e cose che non mi sono mancate affatto, di cose che sarei felice di lasciare qui e cose che mi mancheranno. Magari un giorno le scrivo con ordine. Comunque il succo è che non so cosa preferisco. Forse quello che preferirei in assoluto è cambiare città senza tornare a Milano. Cercare in un lavoro (e trovarlo) in una nuova città, non piccola ma non immensa, magari Amsterdam, o Ginevra, o Barcellona, e poter avere una casa per me dove scegliere una libreria bianca o di legno chiaro, una cucina piccola ma nuova con un forno che funzioni bene. Iniziare a studiare la lingua di quel paese e scoprire un bar dove fare colazione qualche volta. Non spesso però, solo qualche volta. Pochi giorni fa ho letto che per conoscere qualcuno bisogna osservarlo quando è da solo, e che questo vale anche per se stessi. Mi sono osservata un pochino e io da sola spesso sono triste o irrequieta. Quando sono con gli altri sono allegra e quasi sempre di buonumore, e non perché mi sforzi di esserlo, ma perché lo sono davvero.

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Gli Inglesi vanno pazzi per i pub quiz

Sono di ritorno da un pub quiz. Gi Inglesi vanno pazzi per i pub quiz, e ogni pub che si rispetti ha la sua serata pub quiz. Io ovviamente, che rilassarsi almeno la sera pare brutto, mica ci vado con persone che conosco (troppo facile!), ma con degli sconosciuti che ogni lunedì si trovano in questo pub non lontano da casa mia. Il più delle volte non solo non so le risposte, ma non capisco neanche le domande. E cacchio, ma sei qui da quasi un anno ormai, ancora non capisci l’inglese?! No, a quanto pare ancora non capisco l’inglese. Specialmente al pub, specialmente i canadesi, specialmente se parlate tutti insieme ognuno con uno slang diverso. E sappiate che sorridere al momento giusto e distogliere lo sguardo prima che si aspettino che tu dica qualcosa richiede una grande concentrazione. Sappiate che anche io mi sto domando “ma perché mia cara vieni al pub quiz se non capsici una fava?”. Vengo perché prima o poi capirò qualcosa (vero?), e così la smetterete di dirmi “ma il tuo inglese è molto meglio del mio italiano”. Che, sappia telo, non è per nulla consolante.

E non capire le domande ma cercare di dare delle risposte può avere come risultato avere un quasi appuntamento con un Canadese per vedere la partita insieme sabato sera. Lui che non sa neanche se il Canada è qualificato (lo è?), io che non so neanche il nome del nostro portiere, e che ho parlato dei mondiali tanto per dire, e che sabato sera lavorerò fino alle 11 e mi presenterò a secondo tempo iniziato profumatissima di calamari fritti e involtini primavera.

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Trent’anni, che non sono uno scherzo

Ho finito tutti gli esami di questo master, mi sembrava una missione impossibile e alla fine ce l’ho fatta. Mi sono impegnata tantissimo ed è stata una vera soddisfazione. Ho fatto una application per un phd qui a Londra che mi piaceva molto, mi hanno chiamata per il colloquio ma poi hanno scelto un’altra persona. Fare il colloquio è stato una bella esperienza, è stato il mio primo colloquio in inglese e quasi il primo colloquio serio in assoluto. Peccato sia andata male, mi sarebbe, credo, piaciuto davvero. Quindi ora sono in cerca di qualche altra posizione aperta per cui tentare, mentre penso a cosa vorrei da me stessa per il prossimo anno.

Ho compiuto trent’anni, che non sono uno scherzo. Mi sono tinta i capelli per la prima volta a casa di un’amica, sono venuti bene ma talmente uguali al mio colore vero che quando mi guardo allo specchio io stessa non noto la differenza. Sono stata a Milano a votare, e subito dopo sono partita per una giornata al mare. Per passare un po’ di tempo con i miei, che se no avrei visto solo di sfuggita nonostante i 4 giorni passati a casa, siamo stati in libreria a farci un giro. Ho comprato “Il desiderio di essere come tutti”, di Francesco Piccolo. Nono sono neppure a metà, mi piace molto. Lo leggo al secondo piano del mio 24, mentre attraverso Gower street, Russel square, o certe volte anche il Tamigi, e mi fa un effetto davvero strano leggere del rapimento di Aldo Moro circondata da voci inglesi. Vorrei a volte avere seduto accanto qualcuno a cui dire “Ei, senti cosa dice questo libro”, oppure “Ma tu lo sapevi che…?”, oppure a cui fare leggere qualche passaggio e chiedere “Cosa ne pensi”. Magari quando l’ho finito lo presto a qualcuno. Vorrei avere un inglese bellissimo per essere più brava a raccontare le cose che leggo e che vedo a chi non è italiano, ma non sempre mi riesce come vorrei.
Sto diventando bravissima a cucinare il risotto alle verdure la sera.

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